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Storia dell'Ordine Domenicano a Firenze

Domenicani di Firenze - Andrea di Bonaiuto - Cappellone degli SpagnoliI primi dodici domenicani giunsero a Firenze da Bologna nel 1219. Li guidava fra Giovanni da Salerno a cui san Domenico aveva assegnato questo compito, visto che la città era infestata dall’eresia catara. Sul principio i frati presero ospitalità presso l’ospedale di San Gallo, ma ebbero ben presto la loro abitazione in una casa a Pian di Ripoli, officiando nell’oratorio di San Jacopo. L’abitazione era però troppo lontana dal centro cittadino rendendo difficile il compito dell’apostolato, per cui in novembre si trasferirono a San Paolo e a San Pancrazio. Qui rimasero fino al 1221 anno in cui, essendosi recato il beato Giovani da Salerno al Capitolo generale tenutosi a Bologna, questi espose a san Domenico le precarie condizioni della loro presenza a Firenze.


Nella prima metà di giugno di quell’anno san Domenico si recò a Venezia e conferì della questione del convento di Firenze con il card. Legato Ugolino d’Ostia. Questi, in data 14 giugno 1221, da Venezia datò una lettera con la quale ordinava, in forza della sua autorità, che a fra Giovanni da Salerno e ai suoi compagni fosse ceduta la chiesa di San Pier Scheraggio. Ma quando ad ottobre dello stesso anno il card. Ugolino venne a Firenze i suoi ordini non erano stati eseguiti, ed egli provvedette a rimettere ai frati di Domenico la chiesa di Santa Maria Novella, posta al di fuori delle mura. Con un atto del 12 novembre, atto tenuto nel coro della suddetta chiesa e alla presenza dei canonici del Duomo, il cardinale Legato investiva solennemente Giovanni da Salerno e l’Ordine domenicano del possesso della chiesa di Santa Maria Novella con le sue case, il suo cimitero e sei staia di terra che verranno a formare un vero e proprio orto. Il 20 novembre 1221 i frati prendevano solenne possesso della nuova concessione.

La chiesa ricevuta era una piccola chiesetta che andava dalla Porta di Bascheria a via de’ Cenni, oggi via Panciatichi, con l’entrata principale da quella che oggi è piazza dell’Unità Italiana e allora piazza Vecchia. Sembra che fin dal principio il primo nucleo del convento sia stato attorno all’attuale chiostrino dei morti. Le antiche regole dell’Ordine, al fine di preservare e testimoniare il voto di povertà, imponevano che le chiese dei conventi avessero muri che non oltrepassassero i 30 piedi di altezza, e che non avessero coperture a volta, eccettuati il coro e la sacrestia. Ciò comportava che i frati, fino a tutto il generalato di fra Umberto de Romans, dovessero andare a predicare fuori dei loro conventi, facendo azione di predicazione nelle grandi chiese e nelle piazze di Firenze. Fu con il Maestro generale Giovanni da Vercelli che, a partire dal 1264, l’Ordine domenicano iniziò ovunque la costruzione di grandi chiese nei loro conventi. Nonostante la proibizione sappiamo comunque che fin dal 1246 i frati di Santa Maria Novella pensavano di ingrandire o costruire una grande chiesa. L’anno precedente San Pietro Martire aveva presentato un’apposita istanza alla Repubblica fiorentina che allo scopo aveva concesso l’ingrandimento della piazza posta davanti alla vecchia chiesa. Il 13 aprile 1246 lo stesso pontefice Innocenzo IV concedeva una specifica indulgenza a chi avesse aiutato i frati di Santa Maria Novella a costruire la chiesa nuova e gli altri edifici a loro utili per lo svolgimento della loro missione apostolica. Quali opere fossero state effettivamente intraprese è difficile da stabilire, ma è certo che in Santa Maria Novella nella Pentecoste del 1257 fu tenuto per la prima volta un Capitolo generale dell’Ordine. Se ne celebrò poi un altro nel 1272 e un terzo nel 1281. Ospitare un Capitolo generale voleva dire dare ospitalità a circa 150 frati, il che significherebbe che attorno al 1250 si deve far risalire la costruzione, o almeno l’inizio, del nuovo convento comprendente il piano terreno del lato settentrionale, che ora corrisponde al lato di Piazza della Stazione, e quello orientale, prospiciente il chiostrino dei morti.

Costruito il convento i frati si posero in opera per costruire anche la Chiesa. A tal proposito il 14 marzo 1277 il Card. Legato fra Latino Malabranca Orsini dava facoltà ai frati di raccogliere offerte utili alla costruzione di una grande Chiesa. Nel frattempo fra Aldobrandini de’ Cavalcanti, durante l’episcopato orvientano, aveva raccolto notevoli mezzi finanziari che avevano permesso di cominciare a far accumulare il materiale necessario per la suddetta costruzione, tanto che il 18 ottobre 1279, festa di san Luca evangelista, il Cardinale Legato Malabranca, poteva solennemente porre la prima pietra della nuova Chiesa che, nelle parole del Meersseman, costituì una vera e propria novità nella storia dell’architettura romana. Difficile sapere con che ritmo procedessero i lavori e quali ne furono le traversie che accompagnarono la costruzione, si sa però con certezza che nel 1287 venne fatta e donata al Convento la piazza nuova di Santa Maria Novella. È certo inoltre che nell’anno 1308 venne assegnata la costruzione della terza arcata della navata di levante, grazie alla munificenza della famiglia Minerbetti e inoltre che nel 1325 si lavorava alla facciata, completamente rivista più di un secolo dopo da Leon Battista Alberti.

Potremmo soffermarci a lungo nella descrizione delle tante opere artistiche che i frati di Santa Maria Novella commissionarono a personaggi di alta fama e talento, ma a ciò sono deputati altri studi che trascendono lo scopo di questa scheda. Quello che invece in conclusione vorrei porre a completamento sono ben altre opere e molto più importanti per un domenicano. È quindi giusto ricordare che in questo convento operarono insigni studiosi come fra Remigio de’ Girolami, o predicatori del valore di fra Jacopo Passavanti o fra Leonardo Dati, o riformatori come il beato Giovanni Dominici. Se questo non bastasse aggiungiamo che lo zelo apostolico che animava i frati di Santa Maria Novella trova conferma nell’elenco delle tante Società o Confraternite di cui sarebbe lunghissimo l’elenco, ma di cui vale ricordare la cosiddetta Compagnia de’ Luadesi, alla cui scuola sembra avesse fatto capolino anche Dante Alighieri, che da qui, unitamente a Santa Croce, apprese i primi rudimenti di quella scienza che, forgiata alla scuola di Brunetto Latini, lo avrebbe reso immortale per la sua arte e la fede che esprime.



 

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