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Evangelizzazione e predicazione nel XXI secolo

Vangelo papiro P66 Bodmer II“Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mr 16,1). Cosi pronunciava nel Vangelo il capostipite e modello dei comunicatori della Buona Novella ai suoi discepoli, il Gesù di Nazareth. Queste parole sono oggi conferma di come l’esigenza di comunicare abbia sempre fatto parte integrante della storia della Chiesa cattolica; un istituzione fondata sulla diffusione della Fede e di principi quali ad esempio l’amore, la carità, il perdono e la pace. Tutta la scrittura testimonia essenzialmente un fatto: il rivelarsi di Dio all’uomo. Con il suo palesarsi, Dio volle manifestare e comunicare sé stesso e la sua volontà di salvezza agli uomini, per renderli partecipi di quei beni divini che trascendono la comprensione della mente umana.

Il Vangelo di San Giovanni esprime in sommo grado come Dio realizzò, in Gesù di Nazareth, un vero e proprio salto di qualità comunicativa: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). La comunicazione realizzata nel Verbo incarnato è immediata, unica e singolare, perfetta e assoluta. La rivelazione in Cristo, è auto comunicazione dell’amore di Dio per gli uomini, che rompe le catene dell’incomunicabilità umana e la orienta verso un futuro di piena comunione. I Vangeli mostrano come Gesù, in tutta la sua opera di annunciatore della parola, sia sempre attento ai diversi linguaggi della comunicazione e al contesto del suo annuncio. Opere e parole di Gesù manifestano una profonda coerenza: la parola sottrae il gesto all’ambiguità, ad esempio nel caso del prodigio, segno del Regno. Gesù comunica secondo linguaggi e generi distinti: parla in parabole alle folle, ma come un uomo di sapienza dibatte e discute di fronte ai maestri della legge. La sua comunicazione è profondamente dinamica e mostra il suo vertice di novità proprio nei confronti dei poveri, peccatori e donne, categorie collocate ai margini della società. Rompendo schemi consolidati della narrazione parabolica o della disputa rabbinica, la sua comunicazione punta direttamente alla vita dell’interlocutore.

Egli presta anzitutto attenzione e profondo ascolto ai fratelli, istituendo cosi un modello per la Chiesa, la quale, nell’ascolto della Parola e nell’apertura del cuore, potrà anch’essa assumere, sotto la spinta e la guida dello Spirito Santo, i linguaggi e gli atteggiamenti maggiormente idonei, in ogni tempo e situazione, per far arrivare l’annuncio del Vangelo a tutti. E dunque dall’esempio di Gesù, dall’ascolto della Parola e degli uomini di ogni tempo che maturano le caratteristiche della comunicazione della fede, che in estrema sintesi vengono enucleate nei termini di annuncio, celebrazione e carità. Ascolto e annuncio richiedono da un lato un riferimento costante alla Parola rivelata nelle Sacre Scritture e trasmessa nella tradizione vivente della Chiesa, dall’altro un’attenzione vigile e critica nei confronti di possibilità e limiti delle diverse forme comunicative proprie delle varie epoche e linguaggi. L’annuncio non è e non potrà pertanto mai essere pura ripetizione, bensì attestazione viva, personale, comunitaria, e storica della tradizione originaria dei Vangeli. Annunciare, celebrare, servire sono in sintesi le tre caratteristiche costitutive della comunicazione della fede.

 

Alberto Magno 3
Sant'Alberto Magno "Doctor Universalis"


Fonte e culmine della fede come della teologia, la liturgia si caratterizza per essere l’esercizio del ministero sacerdotale di Cristo attraverso riti che manifestano e fondano la Chiesa stessa. Il Concilio Vaticano II definendo il ruolo della liturgia “principalmente il culto della maestà divina” e “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”(Sacrosanctum Concilium 10, 33), la inserisce all’interno della spiritualità della Chiesa, base e perno della teologia stessa. Essa rappresentava il luogo privilegiato nella vita della Chiesa per la comunicazione della grazia ai credenti e per l’espressione in forma viva e vitale della fede della Chiesa e della comunione con Dio. Attraverso metafore religiose, bibliche e segni sacramentali (il pane, l’olio, il vino, l’acqua), la celebrazione liturgica media l’esperienza del divino. In ambito cristiano il termine “liturgia” fu usato per la prima volta nella versione dei Settanta per indicare l’ufficio sacro dei sacerdoti nel tempio.

Nel Nuovo Testamento significava il ministero di Cristo, sacerdote eterno. Dal IV secolo in poi la liturgia venne ad indicare l’atto di culto per eccellenza, cioè la messa. Tappe fondamentali per la liturgia furono il IV e il V secolo, perche in quel periodo si cominciò a cristallizzare sia la liturgia dei sacramenti sia quella destinata alla santificazione del tempo, con la preghiera pubblica. Come rileva Giorgio Bonaccorso, la liturgia è davvero un evento di comunicazione. Prima di tutto c’è da dire che nella liturgia la fede è espressa da una molteplicità di linguaggi ma anche di codici; in tal modo viene coinvolto tutto l’uomo. Quando parliamo di codici, non bisogna limitarci a pensare che trattasi di codici unicamente mentali; in tal modo si ridurrebbe il concetto di fede a quello di conoscenza. Per evitare quanto appena detto, nella liturgia la comunicazione della fede si avvale anche di linguaggi non verbali; in questo caso la fede appare soprattutto come incontro. Infine la liturgia propone un modello di comunicazione circolare, nel quale “ognuno è contemporaneamente mittente e destinatario di messaggi che non appartengono a nessuno ma che nei credenti si scambiano nella reciproca accoglienza”. Nella liturgia si compiono diversi gesti grazie ai quali il fedele viene coinvolto completamente. Si può dunque parlare di piena immersione sia per i fedeli che per il celebrante in una cornice rappresentata dai diversi momenti della Messa (introduzione, liturgia della Parola, offertorio, consacrazione, comunione, conclusione), dall’alternanza di letture, dai canti e dalle preghiere, e persino dall’odore delle candele e degl’incensi: tutto contribuisce al coinvolgimento fisico, psicologico e spirituale del fedele. La celebrazione della messa diventa così strumento principale di comunicazione per il fedele e per tutta la Chiesa introducendo un vero e proprio ambiente multimediale caratterizzato dall’unione di musica, arte, immagini, parole e scrittura con cui il fedele accede alla Parola di Dio. Il mezzo piu potente ed incisivo di evangelizzazione rimarrà negl’anni la predica, nonostante le sue modalità e le sue funzioni cambino negl’anni della Controriforma e con l’arrivo di Internet. Se prima il ruolo del fedele era soprattutto passivo, oggi è maggiormente partecipativo e meno incentrato sul ruolo svolto nel corso della celebrazione dal sacerdote.

La religione cristiana, espressione di comunicazione tra il divino e l’umano, soprattutto a partire dagli inizi del Novecento
si mostra più sensibile a trovare una sintesi tra la propria vocazione teologica verbocentrica e le istanze prodotte dalla modernità, che negli ultimi decenni hanno subito un’accelerazione tale da promuovere al rango di normalità una fruizione quasi esclusivamente solipsistica del culto in netto contrasto con i dettami della filiazione divina, paradigma della fraternità e della comunione cristiana. Da questa nuova sensibilità è facile comprendere come, da parte della Chiesa, si sia mostrato interesse alle dinamiche riguardante i mezzi di comunicazione. Numerosi oggi sono i documenti testimoni di questa tendenza e notevole la mole di atti che dimostra la consapevolezza e la volontà di evolversi in termini di strumenti relativi alla comunicazione stessa.

Il Concilio Vaticano II rappresenta quindi non un mero punto di partenza, immagine cristallizzata nell’immaginario popolare, ma anche e soprattutto un punto di arrivo di una tradizione e riflessione filosofica cominciata molti decenni prima. Il ruolo di Montini, conosciuto come Papa VI, nell’approccio della chiesa nei confronti dei media fu di assoluta preminenza: figlio di un giornalista, lui stesso scriveva sui periodici cattolici e della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). La testimonianza di questa nuova visione della chiesa è confermata da queste sue parole: «Un giornale cattolico è organo di diffusione della parola di Verità». Per secoli infatti l’attenzione della Chiesa è stata posta più sui contenuti della comunicazione che sulle dinamiche che ne regolavano la trasmissione e nel corso dei suoi duemila anni di vita, le circostanza dell’annuncio cristiano sono notevolmente mutate ma identico e limpido è il messaggio cristiano: Gesù cristo morto e risorto. In ogni tempo la proclamazione personale e diretta mediante la quale ogni cristiano condivide in comunione con altri cristiani la fede nel Signore Risorto è prioritaria e insostituibile. Come porsi dunque dinnanzi ai moderni mezzi di comunicazione sociale, promotori di un rapporto con la fede sicuramente più spersonalizzante ma con i quali la proclamazione di Cristo deve comunque fare i conti?

 

san domenico vangelo
San Domenico de Guzman predica il Vangelo della Salvezza


E’ oggettivamente provato come la comunicazione oggi risenta della sostanziale perdita delle coordinate antropologiche, esaltando i fatti sensazionali e trasgressivi. Nei mezzi di comunicazione odierni, dove la televisione rappresenta ancora il medium per antonomasia, prevale una visione post-classica nel veicolare l’informazione, dove lo shock percettivo e sensoriale costituisce l’esperienza cognitiva più rilevante da parte dello spettatore – pensiamo a contenitori come i reality e i talent show – a scapito di una fruizione più lineare e classica. A nostro avviso la comunicazione non può prescindere dalla sua vocazione umana, vocazione che viene rispettata solo se si sviluppano «le coordinate trascendentali del vero, del bello, del buono e dell’uno». In ogni momento della sua storia, la Chiesa cattolica ha utilizzato ogni canale di comunicazione a sua disposizione per poter tramandare il messaggio di fede e la parola di Dio: dalla tradizione orale e scritta, passando per le varie espressioni d’arte alla liturgia, fino ad arrivare ai moderni mass media. Carta stampata, radio, televisione e oggi anche Internet; fenomeno che vede la sua definitiva “esplosione” nella seconda metà degl’anni Novanta. Per la Chiesa, come per la società in generale, la sfida nel XXI Secolo, si ripropone in chiave diversa rispetto alle precedenti evoluzioni. Questa grande novità, Internet, che si accompagnerà da subito da grandi cambiamenti, appare caratterizzata da una complessità senza precedenti: Internet non si rivelerà solo un medium in senso tradizionale, ma anche e soprattutto uno spazio virtuale di comunicazione e d’incontro, di espressività e di scambi, simbolici ed economici. Il Web rappresenta un universo culturale in continua ed irrefrenabile espansione, dalle elevate potenzialità comunicative, dalla massima apertura sociale e dalla frequentazione sempre più crescente. La sua struttura reticolare, infatti, lo rende medium di comunicazione globale, area di confluenza multiculturale e multietnica che accoglie ogni espressione ed esperienza umana: dall’informativa all’economia, dalla commerciale alla religiosa. Inoltre, per le sue caratteristiche di tempestività ed efficacia, Internet esercita influssi incisivi sui modi di pensare e sui comportamenti, personali e collettivi. Lo sviluppo tecnologico che ha portato a quanto appena detto, ha guidato la società moderna verso esigenze comunicative nei confronti delle quali neanche la Chiesa ha potuto sottrarsi.

Quella di oggi è quindi una Chiesa che vuole accogliere positivamente e responsabilmente la grande sfida della cultura digitale Web, consapevole che anche nel mondo delle reti sociali si deve annunciare il Vangelo. L’attenzione della Chiesa, pur nell’esplicito invito di Giovanni Paolo II a “varcare” con coraggio questa nuova “soglia” culturale, si è da subito rivolta a Internet con prudenza interpretativa, ma al contempo, con proposte attive e partecipate considerando il Web una risorsa al servizio della comunità umana più che come semplice canale di comunicazione. Questo sviluppo tecnologico ha portato inevitabilmente a vivere in un contesto comunicativo totalmente nuovo. Passato il tempo di una cultura legata al web 1.0, dove il momento autoriale e quello della fruizione erano ancora separati, viviamo oggi un’era caratterizzata da un fenomeno culturale denominato web 2.0, che presenta sinteticamente queste tre caratteristiche:

A. Chiunque è in grado di produrre con i media i propri contenuti (testi scritti, fotografie e video);

B. La logica principale di questa cultura è quella della condivisione, del mettere in comune risorse nella consapevolezza che più menti messe in comunione possono produrre migliori risultati;

C. Ogni utente è responsabile dei contenuti condivisi e insieme agli altri decide quali conoscenze vale la pena accettare.

Nell’osservare un simile scenario culturale, l’urgenza di evangelizzare l’indefinito universo virtuale si fa sempre più pressante. Si comprende chiaramente che oggi operare pastoralmente in quest’ambito non è solo opportuno, ma necessario. La presenza della Chiesa è doverosa per fare in modo che il progresso sia accompagnato da una crescita umana e spirituale. Non basta far risuonare il messaggio evangelico da questi moderni areopaghi telematici in quanto la semplice promozione del messaggio di Gesù Cristo non basta per essere accolta; il pur profondo spessore dei contenuti trasmessi non è infatti sufficiente per rimanere impresso in coloro a cui viene proposto: la loro trasmissione può risultare infeconda se non attuata in forme adeguate. Questi strumenti,
primo areopago del tempo moderno, in ordine alla missione stessa della Chiesa, sono quindi anche funzionali in quanto non basta usarli per diffondere il messaggio cristiano, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna. Grande interesse ha suscitato senza dubbio la riflessione di Benedetto XVI nel Messaggio per la 43° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Nel testo infatti, il Papa esorta i giovani cattolici a “portare nel mondo digitale la testimonianza della loro Fede” perche spetta a loro “il compito della evangelizzazione di questo continente digitale”, aiutando le persone “a passare dal mondo virtuale del cyberspazio al mondo reale della comunità cristiana”.

Quindi, vivere l’esperienza missionaria nel medium digitale presuppone divenire discepoli facendo propria la filosofia che sottende alla rete, rispettando quelle dinamiche che sono proprie della comunicazione telematica, senza tradire le radici del verbum cristiano. Del resto, come abbiamo accennato precedentemente, il messaggio nell’era multimediale, porta con sé un carico di stimolazione che sollecita l’intera globalità delle nostre percezioni sensoriali. L’impiego di queste tecniche comunicative garantisce professionalità alla trasmissione del messaggio e, in molti casi, ne assicura anche l’efficacia mediatica in chi ne fruisce, se declinate all’interno di un umanesimo cristiano. Inoltre, tale professionalità offre alla Chiesa l’opportunità di una visibilità maggiore e qualificata nello spazio virtuale a favore di una comunicazione che sviluppi un efficace azione pastorale telematica, in cui si investono sempre di più risorse tecniche, economiche ed umane. Abbiamo dunque un motivo in più per essere attenti e per sentirci partecipi di questa fase delicata e affascinate del progresso umano, in cui le nuove tecnologie cambiano i modelli di vita, le strutture del lavoro, i rapporti sociali, le modalità di comunicazione del sapere, gli assetti internazionali. Quanto appena detto, accade perché lo sviluppo di internet è oggi assolutamente aperto, affascinante e per certi versi soprattutto imprevedibile. A tal proposito, ci interesserà analizzare anche quelli che sono i rischi di questo mezzo e le problematiche che la Chiesa e la nostra società va incontrando in questo cammino rapido, incosciente e indolore del progresso tecnologico. Non ci troviamo semplicemente di fronte ad un semplice fatto tecnologico, ma davanti una mutazione che ha e continuerà ad avere profondi risvolti antropologici, culturali e sociali.

L’analisi contenuta in questo contributo, da un punto di vista culturale e sociale, nonché filosofico e teologico, sollecita una presenza non da spettatori ma da protagonisti. Appare evidente l’incidenza della tecnologia sul vissuto personale e sui sistemi sociali, ma tutto questo non avviene automaticamente o in modo fatalistico: la responsabilità e la coscienza di ognuno viene chiamata ancora più in causa. Essendo Internet uno strumento che permette una varierà di forme comunicative andando a generare, ampliare e moltiplicare le relazioni, in tale accresciuta relazionalità, aumentano le responsabilità per il singolo come per i vari soggetti sociali. La comunità ecclesiale e la comunità civile, devono quindi sentirsi coinvolti a pieno titolo in questa importante fase di trasformazione sociale e culturale. A seguito di quanto appena detto possiamo affermare che con Internet si aprono possibilità nuove, che si possono sintetizzare in due prospettive: convergenza e convivenza. C’è una convergenza perche le dinamiche poste in atto da Internet non sono, per loro natura, in contrapposizione con le modalità di essere della Chiesa; al contrario si intercettano, soprattutto in termini di universalità, di forme nuove di comunicazione e di comunione, di originali possibilità di annuncio senza confini e barriere. La duttilità e la potenza dello strumento ben si modellano sulle esigenze della Chiesa per cui si può realizzare una proficua interazione. C’è una convenienza reciproca, nel senso che la comunità ecclesiale ha qualcosa da dire, con il suo patrimonio di tradizione e di fede vissuta, che può essere veicolato tramite internet, contribuendo a fare di internet uno strumento a servizio del bene comune e del progresso umano. Questa del resto, è la missione della Chiesa: servire il bene dell’uomo; rivelare, comunicando e annunciando a tutti, il vero destino della persona, il bene superiore nella sua identità naturale e soprannaturale. Per quanto concerne la realtà ecclesiale, appaiono dunque evidenti le condizioni di novità rispetto al passato. Pensando al secolo scorso, all’evolversi dei media, dalla radio al cinema alla televisione ai collegamenti satellitari, fino ad arrivare ai nuovi media contemporanei, il mondo ecclesiale è stato ed è oggi molto attento ai cambiamenti mediatici, interagendo con essi costantemente. A partire dagli anni Novanta, con l’approdo invasivo di Internet il rapporto tra queste due realtà, quella virtuale da un lato e quella cattolica dall’altro è inevitabilmente accresciuto, potando con sé numerose conseguenze che vedremo essere sia positive - perché ha portato ad evangelizzazione “a portata di tutti” - sia anche più rischiose in quanto affilia al messaggio cristiano una connotazione forse più superficiale esponendolo ad una banalizzazione dello stesso. Parliamo di un “nuovo” rapporto non perché prima fosse esente ma perché si è rinnovato con il rinnovarsi della tecnologia. Nonostante questo continuo progredire ci porti oggi a parlare di cyberspazio, uno spazio virtuale che fa da “casa” al Web 2.0, vediamo che La Parola di Dio, la Bibbia, rimane la stessa; cambiano solo le modalità con cui questa viene trasmessa. Questo cambiamento può dirsi oggi inevitabile in quanto cambiano i tempi, i contesti e le culture.

Riuscirà il messaggio cristiano a “sopravvivere” in questo nuovo e rinnovato rapporto tra due mondi paralleli e conformi della Chiesa e del Web? L’attuale pontefice Papa Francesco che si è dimostrato da subito interessato, curioso e aperto all’utilizzo dei nuovi social network; lo vediamo dall’uso che egli fa quotidianamente di Twitter a Facebook. Le sue capacità comunicative sono apparse evidenti dalla prima volta che si è affacciato su Piazza San Pietro. Dalla tv, alle telefonate, passando per la rete, il pontefice presta un’attenzione particolare a tutto ciò che riguarda la comunicazione e alla connessione con i fedeli e non. L’attuale modo di comunicare del Papa per frasi brevi ma di impatto sembra calzare a pennello per i 140 caratteri di Twitter, dove il Francesco ha raccolto il testimone dell’account @pontifex inaugurato da Papa Benedetto e che presto ha raggiunto il traguardo dei sedici milioni di seguaci nelle sue nove lingue. Sembra quindi esserci “una profonda sintonia tra l’immagine della Chiesa, così come il papa la sta tratteggiando, e il mondo della comunicazione”. Pertanto riguardo alla dimensione di comunicatore di Bergoglio, l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, evidenzia che oggi per il nostro pontefice “comunicare è una componente essenziale del suo essere”; egli lo dimostra ogni giorno dai piccoli gesti che usa per comunicare con il mondo intero. Il contatto diretto con le persone, è per Francesco il cardine su cui si posa l’essere cristiano e, al centro di questa comunicazione-incontro, ci sono gli uomini e le donne che vivono il mondo di oggi. Per quanto concerne la realtà ecclesiale, appaiono dunque evidenti le condizioni di novità rispetto al passato. Pensando al secolo scorso, all’evolversi dei mezzi di comunicazione, dalla radio al cinema, dalla televisione ai collegamenti satellitari, la chiesa è stata ed è oggi molto attenta ai fermenti culturali e sociali che hanno trovato una esemplificazione per certi versi paradigmatica e contraddittoria al tempo stesso nei nuovi media. A partire dagli anni Novanta, caratterizzati dall’avvento del WEB, la chiesa ha tentato un approccio dialettico e costruttivo con questa nuova realtà, cercando di cogliere la sfida dell’evangelizzazione a "portata di tutti, anche rischiando una connotazione forse più superficiale data dal nuovo contesto che genera anche un rinnovato e nuovo rapporto, nuovo non perché prima fosse assente, ma perché rinnovato con il rinnovarsi della tecnologia. Nonostante questo continuo progredire ci porti oggi a parlare di cyberspazio vediamo che la Parola di Dio rimane la stessa: cambiano solo le modalità con cui questa viene trasmessa.

 

Santi e Beati Domenicani
Santi e Beati dell'Ordine dei Predicatori al cospetto della croce di Cristo


Nel panorama del XXI secolo la nuova sfida è dunque mettere in condizioni la Chiesa, e in particolare l'Ordine dei Predicatori fondato da San Domenico de Guzman, di trasmettere e far “sopravvivere” il messaggio cristiano in questo nuovo rapporto e rinnovato contesto. Da questo punto di vista ci attende una sfida straordinaria: non rimanere spettatori e diventare protagonisti, essendo consapevoli di questa duplice dinamica di convergenza e convenienza che significa anche capacità di indirizzare questo medium lasciandoci provocare dalle sue specifiche modalità comunicative. Questo rapporto di costruttiva reciprocità esige che internet non sia piegato a esigenze improprie e puramente funzionali e nello stesso tempo che non venga concepito come puro strumento al di fuori delle indispensabili responsabilità etiche di chi lo gestisce e di chi ne fa uso; con il rischio, in questo modo di farlo diventare un mezzo “dannoso” per la società e la Chiesa stessa.

I rischi ai quali questo “cyberspazio” espone sono dunque molteplici in quanto Internet si presenta come medium capace di andare oltre molti limiti con una straordinaria possibilità di aprire prospettive nuove nei confronti degli altri e anche all’Altro nel senso della trascendenza dell’esperienza umana. Resta, nonostante quanto detto, un’irriducibilità della dimensione sacra all’interno di Internet; nessun medium, neanche il più evoluto, può contenere né esperire completamente la dimensione sacramentale dell’esperienza religiosa. Quando parliamo di realtà sacramentale come cattolici parliamo della mediazione unica e insuperabile di Gesù Cristo, del Figlio di Dio. E nessun medium potrà mai sostituirsi a questa realtà sacramentale. Tra queste due però non c’è oggi contrapposizione ma profonda circolarità, perche ‘il medium per eccellenza’, e cioè Gesù Cristo, costituisce una fonte e un ispirazione continua per ogni autentica comunicazione mediale. Dall’altra parte ogni comunicazione mediata, se sorretta da una coscienza di fede e dalla ricerca del vero bene dell’uomo, può accostarsi e fungere da introduzione alla più compiuta mediazione sacramentale.
Per poter affermare quanto appena detto ci viene incontro la tradizione cristiana, la quale ci offre una chiave di lettura insuperabile, anche nel nostro atteggiamento davanti a Internet. Diceva Sant’Ireneo che l’uomo è il volto di Dio, è la Gloria del Dio vivente. Credo, che comunque, al di là di tutti gli sviluppi della tecnologia, l’interfaccia fondamentale di Dio resti il volto dell’uomo, nella consapevolezza però, che nessuna interfaccia di Internet, senza l’interfaccia umana, sarà in grado di farci navigare verso Dio.

 

 

Fra Agostino
Andrea Claudio Galluzzo
Fraternita Laica Domenicana di Firenze

 

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