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Dare testimonianza a Cristo

st-catherine-of-sienaDare testimonianza di Gesù Cristo con la predicazione e con la vita, rendere a Dio un culto in spirito e verità: se questa è la vocazione domenicana nella sua essenza, essa non è qualcosa di diverso dalla stessa vocazione della Chiesa nel suo insieme. C’è unita per questo evangelico fine, ma nella diversità, ovvero nel carisma. Non ci può essere dubbio sui fine dell'Ordine: l'evangelizzazione. L'Ordine è nato dal cuore di san Domenico, che provava lo struggente bisogno di lavorare per la salute delle anime e sospirava: "Signore, che ne sarà dei poveri peccatori?". Papa Onorio III, nella bolla di approvazione dell'Ordine, scriveva a Domenico e ai suoi primi compagni: "Colui che incessantemente feconda la Chiesa con nuovi figli, volendo rendere questa nostro tempo simile ai primi tempi e propagare la fede cattolica, vi ispiro if pia proposito di abbracciare la povertà e professare la vita regolare per consacrarvi alla predicazione della parola di Dio, evangelizzando attraverso il mondo il nome di Nostro Signore Gesù Cristo".

Otto secoli dopo quell'atto pontificio del 1216, la Costituzione fondamentale dell'Ordine ribadisce la stessa idea in conformità anche alle Costituzioni primitive: "L'Ordine dei Predicatori, fondato da san Domenico, fu istituito specificamente fin dal principia per la predicazione e la salvezza delle anime", (n. II). In relazione a questo scopo è stato concepito e strutturato l'Ordine nella sua complessità, secondo un progetto che è  già di san Domenico, dei suoi primi compagni e dei suoi primi successori, e che rispecchia lo spirito apostolico del Fondatore. Tutta l’organizzazione dell'Ordine è finalizzata e deve servire all'attuazione dell'ideale di vita contemplativa-attiva che i testi del processo per la canonizzazione di san Domenico scolpirono come sintesi della sua vita con quella fortunata espressione: "non par/are che con Dio o di Dio". Per questo il Beato Giordano di Sassonia, intimo collaboratore e primo successore di san Domenico, a chi gli chiedeva quale fosse il programma del suo Ordine, rispondeva con un'altra geniale espressione sintetica in tre verbi: "honeste vivere, discere, docere", (cfr. GERARDO DI FRACHET, Vitae Fratrum, 1896, p. 138). II Beato parlava dello studio (discere), sia di quello scientifico, che dai seguaci di san Domenico veniva compiuto nelle università e negli altri istituti superiori, sia di quello spirituale che consisteva negli esercizi della vita contemplativa e specialmente nello svolgimento solenne della liturgia, scuola di orazione e di dottrina. Parlava dell'insegnamento (docere), impartito a livello sia pastorale sia scolastico, sia teologico sia catechistico, sia con la predicazione popolare sia con quella dotta, in famiglia e nel lavoro. Parlava di quella onesta della vita (honeste vivere) che si sviluppa dalla radice della carità (amore di Dio e del prossimo come ramificazione di virtù che raggiungono la loro perfezione nell'ambito dei consigli evangelici per mezzo dell'osservanza regolare e della vita comune. Osservanza anche per i laici, che si esprime nella vita in Fraternita secondo le regole del Direttorio. Questa originale e tradizionale impostazione della vita religiosa domenicana in ordine alla evangelizzazione, è confermata dalla Costituzione fondamentale dell'Ordine, che mette bene insieme vari testi dei primi tempi: "Dal momento che siamo partecipi della missione degli Apostoli, ne imitiamo dunque anche la vita secondo il modo ideato da san Domenico, mantenendoci unanimi nella vita comune, fedeli alia professione dei consigli evangelici, fervorosi nella celebrazione comune della liturgia, soprattutto dell' Eucaristia e dell' Ufficio divino, e nella preghiera, assidui nella studio, perseveranti nell'osservanza regolare...", (n. IV). La complessità delle componenti potrebbe determinare nella vita e nella spiritualità domenicana certe tensioni difficilmente superabili se il gioco delle preferenze dovute a condizioni psicologiche dei singoli o all'influsso di fattori ambientali, sociali, ecclesiastici, legati ai tempi e ai luoghi, si spingesse fino a opposti estremismi, producendo eccessi, esclusioni, divisioni che finirebbero col deformare le fattezze dell'Ordine creato a immagine e somiglianza di san Domenico. Questo pericolo è sempre stato presente nella nostra storia e oggi pure minaccia coloro che, nelle loro concezioni e scelte al di dentro dell'Ordine, possono prevaricare: o con un certo assolutismo che può anche diventare fanatismo di visuali, interpretazioni e giudizi (o pregiudizi) sempre parziali; oppure cadendo troppo facilmente nello scoraggiamento dinanzi al prevalere di idee che non condividono, perché le ritengono lesive dell'autenticità dell'Ordine, e quindi rifugiandosi in un voluto isolamento rinunciatario e scontento. Forse la situazione odierna va attentamente riesaminata sotto questo profilo, come va ripetuto e ribadito ciò che si e sempre detto, cioè che la vocazione domenicana impegna in cose difficili: tra le quali, la più difficile e il giusto equilibrio tra le componenti della nostra vita.

San Domenico flemish

 

La storia ci attesta che l'Ordine, nel suo insieme, ha sempre salvato questo equilibrio e lo ha trasmesso di generazione in generazione attraverso tre principali veicoli:

1.la sua legislazione, che bisognerà sempre rispettare e seguire nei suoi filoni fondamentali, da non compromettere mai, ma anzi da rafforzare con i necessari adattamenti e aggiornamenti delle norme secondarie;
2.l 'esempio dei suoi santi, dei quali bisognerà sempre studiare la vita, onorare la memoria e ripetere le gesta, auspicando, pregando e operando perché l'Ordine ne generi altri nel nostro secolo;
3.la dottrina di san Tommaso, che bene assimilata e fedelmente trasmessa ha permesso all'Ordine di godere, nel suo insieme e in molti suoi membri fedeli a quella scuola, non solo di una eccezionale robustezza di pensiero, ma anche di una sorprendente caratterizzazione unitaria nell'armonia della spiritualità e dell'apostolato.

I punti sui quali si può meglio scoprire l'equilibrio raggiunto nella sintesi domenicana di pensiero e di vita, sembrano essere specialmente i seguenti:
• una vita d'orazione libera da ogni formalismo pietistico, come da un intimismo egocentrico che potrebbe essere la traduzione religiosa del solipsismo, del narcisismo: la buona teologia - veramente teocentrica - salva da queste forme di patologia spirituale:
• una contemperanza e quasi un concatenamento della preghiera personale (orationes secretae) con la preghiera corale e liturgica, che salva dalle tentazioni o illusioni dell'ispirazionismo pseudo carismatico e del soggettivismo;
• una vita conventuale (anche per i laici secondo il Direttorio) che non si esaurisce nella sfera dell'osservanza monastica, pur nobilissima e in parte necessaria anche per l' Ordine domenicano, ne ammette di essere praticamente elusa dall'indisciplinato e incontrollato gettito di se nel vortice dell'azione. Secondo il genuino concetto di san Domenico il convento costituisce la base o il punto di concentrazione dove la cura della crescita personale nella somiglianza e nella comunione con Cristo secondo il modo del Fondatore (induite Dominum ut indutias Christum Jesum, (come si legge nella basilica di Santa Maria sopra Minerva), va di pari passo con I' addestramento, la formazione permanente, la continua rigenerazione o il ricupero delle energie spirituali, psichiche e fisiche necessarie per I' apostolato. II convento, anche per i laici domenicani, nel possibile, sia punto iniziale e finale nella ferialità della vita quotidiana.
• lo studio inteso come mezzo di formazione, di vita spirituale e di apostolato, e quindi non esaurito nell'ambito delle ricerche e delle elucubrazioni aridamente scientifiche, peraltro apprezzabili e necessarie, ma incluso nella più ampia sfera della vita sapienziale di pensiero e di azione; e tuttavia praticato con impegno di serietà, di coerenza e di fedeltà specialmente nella teologia e nella filosofia alia scuola dell’intramontabile maestro san Tommaso d'Aquino. Se e vero che quest'ultimo punto vale soprattutto per i frati sacerdoti, non di meno in senso largo vale per tutti i domenicani nei rispettivi ruoli e situazioni: i laici si formino per formare chi non ha forma, nella semplicità delle piccole cose in cui quotidianamente sono "inviscerati", chiedendo quella Sapienza la quale si offre solo a quelli che la chiedono nella verità di vita.
• l'apostolato della verità in tutte le forme e con tutti i mezzi tradizionali e moderni che possono servire alia sua propagazione, ma ricordando che la verità e una carità da offrire, da fare e da testimoniare anche con le opere di misericordia spirituale e corporate verso i bisognosi, come hanno fatto tanti nostri confratelli e consorelle di ogni tempo;
• la soprannaturalità dell'ispirazione, dei fini, della stessa sostanza della vita domenicana e apostolica, che e sviluppo del germe della grazia deposto nell'anima col battesimo, ben lungi dal naturalismodel pensiero e della spiritualità;
• la valutazione positiva e una grande apertura di mente e di cuore per gli autentici valori - cultura, lavoro, spiritualità, amore, socialità, politica ecc., espressi o prodotti dalle facoltà umane che la grazia non elimina, ma suppone, esige, perfeziona e potenzia nella stessa loro capacita connaturale, oltre ad elevarle per renderle partecipi della vita intima di Dio, in Cristo, mediante la fede e la carità;
• l'armonia tra il rispetto della liberta, come espressione della persona, che deve compiere responsabilmente il suo percorso di vita spirituale e di apostolato, e le esigenze dell'obbedienza come supplemento della coscienza personale e coefficiente indispensabile della vita fraterna (da qui il termine Fraternita);
• di qui anche l'equilibrio nei rapporti tra "sudditi" e superiori, che, pur essendo difficile, si può raggiungere abbastanza facilmente, nell'Ordine, almeno nella sua forma fondamentale, cioè nella vittoria sopra gli opposti pericoli del conformismo o dell'indipendenza, e quindi nell'obbedienza consapevole da una parte, e dall'altra nell'esercizio prudente dell'autorità in comunione d'amore con le persone, e pur sempre in ordine al bene comune.

Per tutte queste ragioni appare così vero, così appropriato all'Ordine ciò che scrive santa Caterina da Siena, cioè che san Domenico volle e fonda una religione larga e spaziosa, somigliante ad un giardino "dilettosissimo in sé", e che bisogna guardarsi bene dall'"inselvatichire" (cfr., Dialogo, c. 158). Di questo giardino delizioso fanno parte i quattro gruppi di membri della Famiglia Domenicana (Monache, Frati, Laici e il resto della FD), che si alimentano dello stesso humus e vivono in unita di spirito e in varietà di modi nell'armonia dell’unico "tutto". Per questo ardito compito e impegno, in prossimità degli 800 anni di vita dell' Ordine dei Predicatori, chiediamo 1'aiuto della madre di Dio, la Regina degli Apostoli, perché e "esempio di meditazione della parola di Cristo e di docilita alla propria vocazione", (Liber Constitutionum et Ordinationum fratrum ordinis praedicatorum. 67, II.)

 

Lettera esortativa a tutti i Laici di San Domenico della Provincia Romana di Santa Caterina da Siena in prossimità del Giubileo Domenicano 2016-2016

 

Padre Alberto Viganò OP
Promotore Provinciale per il Laicato Domenicano

 

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