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La Fraternita Laica Domenicana di Firenze celebra il Santo Padre Domenico

San Domenico e Santa CaterinaDomenico di Guzman nacque a Caleruega in Spagna nel 1170 e morì a Bologna in Italia il 6 agosto 1221 ed è, con Francesco d’Assisi, uno dei patriarchi della santità cristiana suscitati dallo Spirito in un tempo di grandi mutamenti storici. All’insorgere dell’eresia albigese si dedicò con grande zelo alla predicazione evangelica e alla difesa della fede nel sud della Francia. Per continuare ed espandere questo servizio apostolico in tutta la Chiesa, fondò a Tolosa nel 1215 l’Ordine dei Frati Predicatori, detti poi Domenicani. Ebbe una profonda conoscenza sapienziale del mistero di Dio e promosse, insieme all’approfondimento degli studi teologici, la preghiera popolare del rosario. Il fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori, canonico della cattedrale di Osma, era nato a Caleruega nell'alta Castiglia, un anno tra il 1170 e il 1175, in una famiglia della nobiltà locale. Notevole influenza sul suo carattere ebbe la madre Giovanna Aza. Uno zio arciprete consigliò Palencia quale città adatta a completare gli studi di arti liberali. Domenico vi si recò, applicandosi per alcuni anni. Non sembra tuttavia che li portasse a termine, dedicandosi piuttosto agli studi sacri, oltre che ovviamente alla grammatica e alla dialettica. Non aveva infatti una predisposizione allo studio per lo studio, ma solo in vista di scopi più alti. Così si spiega anche l’episodio accaduto a Palencia e narrato da Giordano di Sassonia nel suo “Libretto sui primi tempi dell’Ordine dei Predicatori”.

Scosso dalla miseria dei poveri e divorato dalla compassione, risolvette con un unico gesto di obbedire ai consigli evangelici e di alleviare nel modo che gli era possibile la miseria dei poveri che morivano. E vendette i libri che possedeva, libri a lui indispensabili fra l’altro, e tutte le sue suppellettili. Dando origine ad una elemosina, Domenico distribuì i suoi beni ai poveri. E secondo un altro testimone, al momento di vendere manoscritti e pergamene per dare il ricavato ai poveri, Domenico avrebbe detto: Non voglio certo studiare su pelli morte, mentre delle persone muoiono di fame. Sul finire del suo soggiorno di studi a Palencia, Domenico fu avvicinato dal priore del capitolo di Osma, Diego de Acebés, che lo convinse a seguirlo e ad entrare in quel capitolo di canonici, il quale già da qualche decennio aveva intrapreso un cammino di riforma. Di conseguenza, pur trattandosi di chierici e sacerdoti secolari, avevano in parte condiviso alcune forme della vita religiosa. Dicevano l’ufficio divino in comune e parecchi di loro vivevano in abitazioni annesse alla chiesa.  Entrato verso il 1198 nel capitolo della Cattedrale di Osma, ne divenne il sottopriore nel 1201, mentre Diego era elevato alla cattedra episcopale. Dovendo nel 1202 recarsi in Danimarca quale ambasciatore del re di Castiglia Alfonso VIII, allo scopo di chiedere la mano di una nobile per il figlio Ferdinando, il vescovo volle con sé il giovane sottopriore del capitolo. Durante quel lungo viaggio i due attraversarono il territorio di Tolosa e, giunti a destinazione, ottennero il consenso della fanciulla. Tuttavia, rientrarono ben presto in Spagna, dovendo attendere che i promessi sposi raggiungessero l’età prevista per il matrimonio. Quando ciò avvenne nel 1205, Diego e Domenico ripartirono per riprendere il filo del discorso, ma, arrivati in Danimarca, appresero che la nobile fanciulla era morta.

Durante il loro breve soggiorno a corte vennero a conoscenza dei popoli ancora pagani dell’Europa orientale e specialmente dei Cumani. Presi dal desiderio di andare ad evangelizzarli, mandarono un’ambasceria al re di Castiglia per informarlo sulla morte della fanciulla, e i due si recarono a Roma dal papa Innocenzo III. Questi però, dopo averli ascoltati, si rifiutò di accondiscendere alla loro richiesta. E’ ancora Giordano di Sassonia a descrivere l’incontro: Il  papa non accondiscese a quella richiesta. Non solo, ma non gli consentì nemmeno, nonostante che Diego lo supplicasse di ingiungerglielo in remissione dei propri peccati, di entrare nei confini dei Cumani, pur con la dignità episcopale: e ciò per occulto disegno di Dio che aveva disposto di volgere ad altra abbondante messe le fatiche di un uomo così eccezionale. Ripresero così il cammino per rientrare in Spagna. Sulla via del ritorno nel 1206 Domenico e il suo vescovo attraversarono la Francia meridionale, giungendo a Montpellier. Fu qui che incontrarono un gruppo di ecclesiastici impegnati a discutere sui metodi per affrontare gli eretici, che ormai si erano addirittura organizzati ecclesiasticamente nella regione. Questi eretici erano i Catari (puri), detti anche Albigesi perché nella città di Albi avevano il loro quartier generale. La forza trascinatrice dei movimenti ereticali nasceva dal fatto che proponevano un esempio di rigorosa povertà evangelica, che rigettava tutti i compromessi accettati dalla chiesa cattolica per fronteggiare le esigenze dei tempi. Un esempio era stato una quarantina d’anni prima Pietro Valdo (da cui i Valdesi), il ricco mercante di Lione che nel 1174 aveva abbandonato tutte le sue ricchezze per abbracciare una vita di povertà. I suoi seguaci si presentarono al concilio Lateranense del 1179, ricevendo un netto rifiuto alla loro richiesta di darsi alla predicazione, a meno che non ne fossero espressamente richiesti dai sacerdoti del luogo (nisi rogantibus sacerdotibus). L’aspetto istituzionale e dogmatico si sviluppò variamente e in tempi diversi. Come Valdo, anche i Patareni della Lombardia (noti anche come Umiliati o boni homines) erano interessati soprattutto ad una vita rigorosa, senza però il concetto dell’itineranza né di rinuncia ai beni.

san domenico annigoni
San Domenico secondo Pietro Annigoni


A differenza dei Valdesi e degli Umiliati, i Catari o Albigesi si erano già organizzati ecclesiasticamente ed avevano elagorato un sistema dottrinale, il che faceva sì che la loro fosse una chiesa concorrente alla chiesa ufficiale. Dal punto di vista dottrinale, essi credevano che il mondo materiale fosse stato creato da Satana, come quello spirituale da Dio. Gli uomini sono quegli angeli che Satana nel combattimento è riuscito a strappare a Dio e che, a causa del loro desiderio di tornare in cielo, ha rinchiuso in un involucro corporeo. Di conseguenza la condizione umana è una dolorosa prigionia. Cristo stesso non era che uno degli angeli che non aveva partecipato alla ribellione. La sua nascita dalla Vergine come il suo involucro terreno non erano che apparenza, essendo egli venuto non a redimere l’uomo col suo sacrificio, ma ad insegnargli la Buona Novella. Da questa si apprende che lo spirito dell’uomo, se assimila la dottrina catara e riceve il Consolamentum, può liberarsi del corpo e tornare a Dio. Per rendere efficace il Consolamentum , cioè questo battesimo spirituale, è necessario fare i digiuni, osservare la castità, non uccidere né uomini né animali. Tutte cose, spesso buone, ma che spinte all’estremo comportavano conseguenze sociali disastrose, come ad esempio l’esaltazione della castità implicava la negazione del matrimonio.

Come si può vedere, non si trattava della negazione di questa o quella verità rivelata, come gli antichi eretici, ma di una visione mitica che, ispirandosi ad alcune narrazioni bibliche, proponeva un sistema dottrinale totalmente diverso da quello cristiano. Questa grande “distanza” dottrinale era forse la causa principale dell’insuccesso dei legati papali, vale a dire l’abate del famoso monastero di Citaux, Arnaldo Amaury, e i monaci di Fontfroide, Pietro di Castelnau e maestro Raoul, tutti col titolo di legati pontifici già da due anni. Gli insuccessi di quei due anni li avevano provati, per cui quando Diego propose di affrontare gli eretici secondo lo spirito apostolico, rinunciando cioè  alle cavalcature, ne furono prosternati, ma accettarono il consiglio. Anzi, dato che l’abate di Citaux doveva assentarsi per presiedere il capitolo generale del suo Ordine, affidarono a Diego la guida della missione. Da parte sua Domenico, seguendo anche qui una modalità cara agli eretici albigesi, fondò a Prouille una comunità femminile che con la preghiera e col loro servizio fungesse di appoggio alla predicazione. Poi, passando a Tolosa, ebbe la gioia di vedersi accolto dal vescovo Folco, che benedisse alcune donazioni fatte a lui e ad alcuni suoi primi seguaci. Innocenzo III non mancò di esprimere la sua soddisfazione per il fatto che Domenico e Diego si fossero aggregati ai legati papali nella sancta Praedicatio.

Non di rado questi legati vennero a trovarsi di fronte agli albigesi in veri e propri dibattiti pubblici. Di uno di questi, quello di Montreal, ci è pervenuta notizia. Dinanzi al signore della città e a quattro giudici laici si affrontarono con tante argomentazioni e citazioni dal Nuovo Testamento Diego, Raoul, Domenico e Pietro di Castelnau da parte cattolica, Guilberto di Castres, Ponzio Giordano, Benedetto di Termes e il diacono Arnaldo Ottone da parte albigese. La disputa durò due settimane e, poco a poco, il ruolo di Domenico diventò sempre più preminente. Si è tramandato al riguardo l’episodio secondo cui, incapaci forse di esprimere un giudizio definitivo, i giudici proposero di gettare tra le fiamme il foglio redatto da Domenico contenente citazioni dalla Scrittura e dai Padri. Il foglio non bruciò, benché fosse gettato una seconda ed una terza volta tra le fiamme. Ciò nonostante, la conclusione fu equidistante e a nessuna delle due parti fu assegnata la vittoria, anche se, secondo le fonti cattoliche,  la vicenda portò circa 150 persone alla conversione. Tra il mese di maggio e di giugno del 1207 la schiera dei predicatori si era enormemente ingrossata al punto da raggiungere quasi una quarantina di unità, la maggior parte dei quali appartenenti all’Ordine dei cistercensi. Nonostante la quantità però le cose stagnavano, anche perché gli eretici divenivano sempre più aggressivi. Prima la morte di Raoul, poi la partenza di Diego per la Castiglia, ove sarebbe morto poco dopo, nel dicembre del 1207, indebolirono alquanto l’efficacia della predicazione.

 

san domenico de guzman - beato angelico
San Domenico secondo Beato Angelico


Le cose sembravano avviate ad un punto morto e senza sbocchi di rilievo, quando all’improvviso un episodio non accese l’atmosfera. La svolta in questione si verificò ai primi di gennaio del 1208, quando il legato Pietro di Castelnau affrontò direttamente il conte di Tolosa Raimondo VI rinfacciandogli la sua protezione degli eretici. Il conte gli rispose altrettanto duramente. Sembrava uno dei soliti fuochi di paglia destinato a rimanere senza esito. Ma, mentre si allontanava dalla città, il legato pontificio fu raggiunto da un cavaliere e trapassato con una lancia. Tutti si attendevano che il crimine venisse punito, ma il conte, invece di punire il cavaliere, sembra che lo rimunerasse  (almeno stando alle fonti successive che giustificavano la guerra). A quel punto il papa Innocenzo III incollerito per l’affronto, proclamò la crociata contro il conte protettore degli eretici e colpevole della morte del legato. Nel 1208 il papa chiedeva dunque al re di Francia di muovere guerra agli Albigesi. Per diversi motivi di politica internazionale il re preferì astenersi dall’obbedire al papa, lasciando tuttavia ai suoi feudatari la libertà di entrare in guerra col conte di Tolosa. Questi trovò degli alleati e non recedette dall’appoggio ai Catari per cui dovette sostenere la guerra contro eserciti che scendevano dal nord alla conquista delle sue terre. Il più intraprendente dei “Crociati” era allora Simone di Monfort, che in capo ad un anno costrinse il difensore degli Albigesi alla resa.

Le sue crudeltà spinsero Raimondo a riprendere le armi, ma Simone uscì ancora vincitore, conquistando Béziers e Carcassonne. Il condottiero era accompagnato dall’energico (e spietato) abate di Citaux che, entrando a Béziers, avviò il massacro con queste parole: Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi. La battaglia decisiva fu quella di Muret (12 settembre 1213), che vide fronteggiarsi il Montfort da parte dei cattolici e Pietro II d’Aragona, divenuto a sua volta difensore degli Albigesi al fine di fermare le ambizioni del Monfort. A quel punto infatti l’elemento ereticale era passato in secondo piano, rispetto agli sconvolgimenti degli equilibri politici e territoriali. La vittoria arrise ancora una volta al Montfort, e dato che era il condottiero di parte cattolica e quindi aveva buoni rapporti con Domenico, alcuni storici hanno supposto che alla battaglia di Muret Domenico abbia partecipato personalmente. Anche i pittori lo hanno visto in azione, come  G. B. Crespi (1576-1632) il cui dipinto è nel museo civico di Cremona, e  G. A. Donnucci, detto il Mastelletta (1575-1655), nella chiesa di S. Domenico di Bologna. Signore delle terre di Foix e di Tolosa divenne così Simon de Montfort, che diede mostra di notevole crudeltà mutilando orribilmente i prigionieri e disponendo il rogo per 140 eretici. La situazione radicalmente mutata a favore dei cattolici fece sì che anche l’attività di Domenico cambiasse alquanto. Non si trattava più di affrontare gli eretici in dibattiti pubblici, ma di “riconciliare” alla Chiesa quelli che - per paura o per convinzione - si convertivano. Alcuni documenti che ci sono pervenuti mostrano un Domenico sempre “delegato” degli inviati del papa, ma con una certa autorità dovuta alla benevolenza nei suoi confronti del conte Simone di Montfort.

Il Vicaire, per attutire le critiche della storiografia laica contro S. Domenico, cerca di alleggerire il Monfort dalle accuse di crudeltà: Soldato di una sorprendente attività, sempre a cavallo e sempre sulla breccia, intrepido e fedele verso i suoi compagni, brutale – anche se non sadico – verso i nemici. Anzi, a sottolineare il suo spirito religioso, dice anche: Impegnatosi nella quarta crociata (1204), se ne era allontanato davanti a Zara quando si era accorto che ne veniva mutato il suo scopo di conquista cristiana. Molti amici lo avevano allora seguito nelle sue gesta in Palestina.  Tuttavia si lascia sfuggire: Noi avremmo preferito che Domenico non avesse mai dovuto comparire su questo sfondo, al fianco del conte e dei suoi amici. E che fossero amici lo affermano gli antichi cronisti domenicani. Il Beato Giordano di Sassonia, ad esempio, dice che il Monfort aveva un rapporto di amicizia verso Domenico, aveva verso di lui una “dedizione speciale e calda”.  Nessun documento tuttavia riferisce di una qualche partecipazione personale di Domenico alla crociata e tantomeno alle operazioni militari.               

Ma se tante accuse laicistiche a Domenico sono false - la partecipazione alle battaglie - o anacronistiche - la qualifica di inquisitore - non si può negare che l’amicizia col Montfort, le vittorie di questi e la baldanza degli eretici ne cambiarono il carattere originale. Se prima lo spirito missionario era proiettato all’evangelizzazione dei Cumani e quindi ad un’opera che presupponeva la totale libertà dell’ascoltatore ed il rischio del solo predicatore, ora si veniva a trovare in una situazione del tutto diversa. La vittoria del Montfort riduceva enormemente i rischi del predicatore e la tentazione di ricorrere alle maniere forti difficilmente resistibile. Ed infatti Domenico, notando la tenacia di molti eretici, non esitò ad affermare: Da molti anni ormai io vi ho rivolto dolci parole, predicando, implorando, piangendo. Ma, come dice la gente della mia terra “dove non serve la benedizione, servirà il bastone”. Ecco: noi invocheremo contro di voi condottieri e prelati che aduneranno contro questa terra le forze delle nazioni e faranno morire di spada innumerevoli persone, smantelleranno le torri, abbatteranno e distruggeranno le mura e vi ridurranno in schiavitù. Ahimé, prevarrà la forza del bastone, là dove la dolcezza e la benedizione a nulla sono valsi.

Un linguaggio duro e poco idoneo alle labbra di un Santo, ma che esprime bene l’asprezza dello scontro con gli eretici e la sua stanchezza psicologica. E’ chiaro che avrebbe preferito una predicazione più serena e ricettiva. La baldanza degli eretici da una parte e i metodi repressivi della Chiesa dall’altra, avevano fiaccato il suo ottimismo. Non è improbabile perciò che l’idea di un Ordine religioso che si dedicasse totalmente alla predicazione nascesse proprio mentre Domenico  si trovava in questo stato d’animo. Solo una predicazione sistematica infatti avrebbe potuto portare frutti duraturi. Alcuni studiosi discutono se l’idea di un Ordine di frati predicatori sia venuta a Domenico, oppure al vescovo Diego oppure allo stesso Innocenzo III. Probabilmente ha ragione lo Scheeben nel dire che Diego e Domenico si fermarono spontaneamente nella Francia Meridionale per aggregarsi ai legati pontifici. Quindi non si fermarono lì in ottemperanza ad una direttiva pontificia, come vorrebbero altri. Forse la verità non è così univoca come la si vorrebbe da questa impostazione del problema. Innocenzo III aveva certamente piacere che Diego e Domenico si fermassero in Francia a fronteggiare gli eretici e potrebbe verbalmente accennato ad una simile ipotesi. Ma certamente era contrario ad un Ordine di predicatori che agisse autonomamente, senza un mandato caso per caso dei vescovi o della curia pontificia. In caso contrario, come aveva permesso che i decreti del concilio Laterano del 1215 non annullassero la sua conferma della regola di San Francesco, così non avrebbe avuto alcuna remora nel violarli o aggirarli per approvare un Ordine di predicatori. Più interessante è l’ipotesi che l’idea si sia formata nella mente di Diego che poi l’avrebbe trasmessa a Domenico. Ma la scomparsa di Diego dalla scena nel 1207 rende piuttosto accademica la questione, divenendo in ogni caso Domenico il soggetto di quest’idea.

In tutto questo periodo, a partire dal 1206 (con la fondazione di Prouille), Domenico e i suoi frati erano vissuti in una situazione alquanto indefinita dal punto di vista del loro status religioso. Mentre le monache erano in qualche modo considerate come tali in tutti i documenti, non così Domenico e i suoi frati. In realtà non c’era un convento vero e proprio, ma una schiera di uomini, con a capo il canonico Domenico, che appoggiandosi al monastero di Prouille, predicava la parola di Dio in quello che si può definire il cratere dell’eresia, la regione di Tolosa. I documenti oscillano nella qualifica da dare a Domenico. Alcuni lo definiscono frater, e fratres quelli che lavorano con lui. Altri lo chiamano semplicemente domino Dominico, Oxomensi canonico, et cunctis fratribus et sororibus presentibus et futuris ibi Deo et Sancte Marie et monasterio de Prolano servientibus. Dal 25 maggio 1214 Domenico comincia ad essere qualificato non più in termini generici, ma come fra Domenico, cappellano di Fanjeaux, oppure fra Domenico, canonico di Osma. Non soltanto. Il decennio che va dal 1206 al 1215 vede un crescendo nell’autorevolezza di Domenico. Inizialmente era uno degli aggregati alla Praedicatio, ed in tale contesto si può considerare anche il documento della reconciliatio di Ruggero Ponzio (1208), in cui Domenico, definendosi frater Dominicus, Oxomensis canonicus, praedicatorum minimus, ordina la solita punizione corporea dell’eretico con l’autorità concessagli dal legato apostolico: Per l’autorità del signor abate cistercense, legato della Sede Apostolica, che ci ha affidato (iniunxit) questo ufficio. Un verbo, l’iniunxit, che fa pensare piuttosto ad un esecutore di ordini. In un altro documento, invece, degli inizi del 1215, non sembra agire per nessuna autorità delegata, ma per la propria: A tutti i fedeli di Cristo ai quali perverrà questa lettera, fra Domenico, canonico di Osma, umile ministro della Predicazione, salute e carità sincera nel Signore. La discrezione della vostra municipalità per l’autorità della presente prenda atto che noi abbiamo dato il permesso a Raimondo Guglielmo di Altaripa, conciatore, di trattare come gli altri amici e ricevere in casa a Tolosa Guglielmo Ugo, già rivestito dell’abito ereticale, come egli stesso ha detto in nostra presenza, fino a che il cardinale non invii un espresso suo mandato a noi o a lui, e che questa cosa non vada ad infamia o danno dello stesso Raimondo Guglielmo.

Benché ufficialmente senza alcuna autorità, essendo soltanto un subdelegato, Domenico era dunque giunto ad una autorità effettiva non indifferente, grazie alla sua amicizia con Simone di Montfort. In questa nuova veste di autorevolezza, l’umile ministro della Predicazione pensò che fosse giunto il momento della svolta. L’occasione venne con la celebrazione del concilio del Laterano IV (1215). Accompagnando a Roma il vescovo di Tolosa, Domenico presentò al papa la richiesta di approvare l’Ordine religioso avente come finalità la predicazione. Benché Innocenzo III soltanto cinque anni prima avesse approvato la regola di S. Francesco, con S. Domenico si comportò in modo del tutto differente, rigettando la sua richiesta. Per mitigare il suo rifiuto richiamò la recente disposizione del Concilio: Affinché l’eccessiva proliferazione degli Ordini religiosi non provochi nella Chiesa di Dio una grande confusione, si fa proibizione a chicchessia di fondare una nuova Religione. Se qualcuno poi volesse abbracciare la vita religiosa può entrare in un Ordine già approvato. Allo stesso modo, se qualcuno volesse fondare una nuova casa religiosa, faccia propria una delle regole o istituzioni già approvate. Dopo aver rigettato la richiesta di Domenico, Innocenzo III consigliava dunque di ispirarsi ad una regola già esistente. Il rifiuto del papa di primo acchito potrebbe apparire strano, se si pensa che lo stesso Concilio aveva sottolineato l’importanza della predicazione: Con questa costituzione generale stabiliamo che i vescovi assumano uomini idonei a svolgere efficacemente l’ufficio della santa predicazione, potenti nell’azione e nella parola, che, visitando con sollecitudine il popolo loro affidato in loro vece, non avendo essi vescovi la possibilità, lo edifichino con l’esempio, di modo che per carenza di cose necessarie non abbandonino l’opera cominciata.

Riesce difficile comprendere il rifiuto del papa a S. Domenico, specialmente se messo a confronto con la risposta positiva a S. Francesco. Probabilmente la spiegazione del diverso atteggiamento sta nella diversa natura dei due Ordini religiosi. L’Ordine francescano, infatti, nasceva con una valenza prevalentemente etica, nel senso di una maggiore aderenza al Vangelo. Accogliendo nel grembo della Chiesa un Ordine religioso “evangelico” l’autorità ecclesiastica ammortizzava quel crescente movimento di ribellione dei cosiddetti “Fraticelli”, che nelle forme estreme tendeva a trascinare nel baratro l’intera Chiesa cattolica, rea di essersi allontanata dalla povertà evangelica. L’Ordine proposto da Domenico aveva, invece, una valenza più dottrinale. E’ vero che lo scopo era di difendere la Chiesa dagli attacchi degli eretici e dei miscredenti, tuttavia il rischio che l’annuncio della parola sfuggisse al controllo della gerarchia era molto alto. Quello che avrebbe dovuto essere uno strumento di difesa covava dentro di sé i germi degli strumenti di offesa. In altre parole, il caso di Domenico è troppo simile a quello di Pietro Valdo. Come i seguaci di quest’ultimo si erano visti rigettare dal concilio Laterano del 1179 la facoltà di predicare, così ora Domenico, a distanza di 36 anni, non poteva sperare in un diverso atteggiamento della Chiesa. Tutta l’opera già svolta in Francia era stata sì in prima linea, ma, da un punto di vista formale, egli aveva agito sempre come delegato o subdelegato (il già menzionato nisi rogantibus sacerdotibus dei Valdesi), non per facoltà o autorità propria.

Il modo “composto” con cui Domenico incassò il diniego pontificio farebbe pensare che comprendesse l’allarmismo della Chiesa al riguardo. Invece di ribellarsi, preferì agire con circospezione, il che gli dava ancora un pò di tempo per riflettere su quell’idea ricca di potenzialità. Infatti, egli aveva appena spostato la sua attenzione dalla riconciliazione degli eretici alla fondazione di un Ordine. La sua intenzione di partire missionario fra i pagani l’aveva condivisa col suo vescovo Diego, e con lui aveva anche condiviso la predicazione fra gli eretici. Ma l’idea di un nuovo Ordine religioso sembra esclusivamente sua. Con ogni probabilità fu proprio l’esperienza della riconciliazione (solitamente ed erroneamente definita inquisitoriale) a convincerlo che le conversioni ottenute con la paura potevano essere soddisfacenti per la sicurezza della società e dello stato, ma non per l’autentico rapporto spirituale con Dio. Per una conversione vera era necessaria la predicazione. Erano necessari uomini che dedicassero la loro vita alla diffusione della parola di Dio. Era chiaro che la Chiesa non era pronta a delegare l’annuncio della parola di Dio. Il problema di fronte al quale ora Domenico si trovava riguardava il come rispondere ad un simile rifiuto. Se abbandonare o meno l’impresa. Decise di agire con prudenza, chiedendo cioè non l’approvazione di un Ordine, ma del modo di vivere di questa casa o di quel convento. Rientrato a Tolosa, nel luglio del 1216 Domenico otteneva dal vescovo Folco la chiesa di S. Romano. Per i suoi  seguaci scelse la regola di S. Agostino, anche perché atta ad integrazioni e variazioni (senza dimenticare le Consuetudini Premonstratensi). Essendo nel frattempo morto Innocenzo III, chiese al successore, Onorio III, di approvare il modo di vivere della comunità di S. Romano, e di confermare le donazioni avute.  In altri termini decise di seguire la politica del passo dopo passo, una politica che, come si vedrà, fu coronata da completo successo.

Appena morto Innocenzo III, il 16 Luglio 1216, Domenico tornò a Roma, e senza chiedere alcuna bolla di fondazione dell’Ordine, espose le sue iniziative al nuovo papa Onorio III. Questi accolse con favore Domenico e in due bolle (Religiosam vitam del 22.12.1216 e Gratiarum omnium del 21.1.1217) lodò l’opera sua e dei suoi frati. Qualcuno ha voluto vedere nella prima il documento[20] di fondazione dell’Ordine, staccando dal contesto l’espressione Ordo canonicus qui secundum beati Augustini regulam, omettendo la parola chiave: observetur. Vale a dire che nella chiesa di S. Romano i frati dovevano seguire le regole dei canonici. Ordo è impiegato qui in un senso simile a Ordo divini officii, e in alcun modo di Ordine religioso, per il quale (come si è visto nel decreto lateranense) si preferiva la parola religio. Altri hanno voluto vedere tale bolla di fondazione nella seconda lettera (21.1.1217),  indirizzata al priore e ai frati di S. Romano predicatori nelle parti di Tolosa.  "Invitti atleti, armati dello scudo della fede e rivestiti della corazza della salvezza… vi ingiungiamo di  .. evangelizzare la parola di Dio". In realtà, anche questa seconda bolla manca di qualsiasi elemento giuridico istituzionale per essere considerata documento di fondazione. E’ vero che si parla di predicatori  e non di predicanti, ed è anche vero che il papa ha uno straordinario apprezzamento nei loro confronti. Ma, questo porta a concludere che si tratta di un’approvazione de facto, non esplicitamente verbis, cioè de jure.

La tenacia e la pazienza di Domenico produssero i frutti desiderati. Pur senza ottenere alcuna bolla di fondazione dell’Ordine, de facto l’Ordine dei Predicatori ebbe il riconoscimento tanto desiderato. Un terzo documento di Onorio III, infatti,  è molto vicino a quello che si può intendere per riconoscimento ufficiale. La bolla del 7 febbraio 1217, infatti, pur riferendosi ancora alla comunità di S. Romano, fa riferimento alla nuova realtà dei frati di Domenico, qualificando la loro attività e la loro vita comune come religio. Il papa, nel proibire qualsiasi marcia indietro dopo la professione o cambio di Ordine, senza il permesso di Domenico, scrive: Per l’autorità apostolica vietiamo rigorosamente a chiunque dei vostri frati, dopo aver fatto nel vostro monastero la professione, di recedere, senza licenza tua o dei tuoi successori nel priorato, a meno che non sia per passare ad un Ordine più rigoroso. E’ questo il primo riferimento all’esistenza di un nuovo Ordine religioso, sia pure legato ad una sola comunità quella di S. Romano. Benché il testo è legato ancora ai frati di uno specifico convento, usa un linguaggio che fa espresso  riferimento ad una professione religiosa, nonché ad una arctior religio (ad un Ordine più rigoroso). Il che significa che il discorso in questione vale sì per S. Romano, ma vale ugualmente per ogni comunità che dovesse ispirarsi allo stesso stile di vita. Con questa bolla l’Ordine non nasceva soltanto de facto ma, sia pure soltanto in nuce, anche de jure. Nella primavera del 1217 Domenico tornava così nella comunità di S. Romano a Tolosa con un nuovo spirito, essendo la sua una vera comunità religiosa, composta di una  ventina di frati.

A questo punto avvenne la grande svolta. Fino a quel momento Domenico aveva incentrato tutta la sua attività nella Francia meridionale e soprattutto nel territorio tolosano, nelle cittadine con più forte presenza di eretici. Come se il riconoscimento della religio da parte di Onorio III gli avesse aperto la mente ad una folgorazione divina, nonostante le esortazioni in contrario di Folco e di Simone di Monfort, disperse i frati mandandoli a Parigi, in Spagna, a Bologna, e lasciandone alcuni a Prouille, altri a Tolosa. Questa iniziativa così precoce avrebbe potuto significare la morte prematura di tutta la sua iniziativa, in quanto smembrare la comunità quando i frati raggiungevano si e no la ventina, rappresentava un grosso rischio. In un canonico ci si sarebbe aspettato un’azione ben diversa, quella cioè di rafforzare e organizzare meglio la vita comunitaria di Tolosa secondo le osservanze regolari. Invece, niente di tutto questo. Domenico frantumava ulteriormente quella manciata di semi, nella speranza che fruttificassero. E la sua intuizione risultò estremamente feconda, perché il seme gettato in varie parti produsse una messe meravigliosa.

Uno dei biografi, Costantino da Orvieto, riferisce di una visione che il santo fondatore avrebbe avuto. Gli apparvero Pietro e Paolo i quali, consegnandogli il bordone del pellegrino ed il Vangelo, gli avrebbero detto: Va’ e predica, perché Dio ti ha scelto per questo ministero. E lo stesso biografo, nell’ufficio divino che redasse in onore di Domenico, ebbe a scrivere: Accuratissimo custode della lingua, conversava soltanto con Dio o di Dio, e a stento parlava di qualche altra cosa. La presenza di Parigi, che diverrà costante nell’attenzione di Domenico, dimostra anche che, pur essendo egli piuttosto un uomo d’azione missionaria, aveva già in mente l’importanza dello studio. Se si volevano infatti convertire gli eretici, era necessaria la povertà evangelica, ma era altrettanto indispensabile la preparazione culturale. Al processo di canonizzazione del fondatore, fra Giovanni Ispano affermò che Fra Domenico spesso ammoniva ed esortava i frati a parole e per iscritto che si impegnassero sempre a studiare il Vecchio ed il Nuovo Testamento, e questo lo sapeva perché aveva udito con le sue orecchie  mentre diceva tali cose e le  aveva visto scritte nelle sue lettere. E aggiunse che portava sempre con sé il Vangelo di Matteo e le Epistole di Paolo e dedicava molto tempo a studiarli, al punto da conoscerli quasi a memoria.

Secondo Mandonnet, Domenico sin dall’inizio abbinò predicazione ed insegnamento, avendo ricevuto da Innocenzo III il compito sia di predicare che di riformare le scuole, secondo le prescrizioni del IV Concilio Lateranense. Tale dipendenza dell’ideale domenicano dalle ingiunzioni di Innocenzo III fu contestata dallo Scheeben. Lo studio sì, perché contro gli albigesi era necessaria una preparazione culturale, ma non necessariamente le scuole. La nuova realtà trovò una conferma giuridica con la bolla di Onorio dell’11.2.1218, in cui i frati, raccomandati ai vescovi del luogo, non venivano definiti in termini canonicali o monastici, bensì per la prima volta espressamente: Fratres Ordinis Praedicatorum. Bolla che era stata ottenuta durante il suo quarto soggiorno a Roma (fine 1217 - maggio 1219). La recluta delle vocazioni dovette essere fulminea se, sul finire del 1219, il papa Onorio III emetteva tutta una serie di bolle chiedendo agli ordinari del luogo di sostenere l’opera di questi Fratres ordinis Praedicatorum. In un primo momento si rivolse a vescovi e capitoli di determinate città, come Parigi e Milano, poi allargò l’orizzonte scrivendo universis ecclesiarum praelatis.

Nel 1218 moriva Simone di Montfort, e i Catari ebbero modo di riorganizzarsi. Ma ormai essi non erano più al centro dell’attenzione di Domenico, tutto preso (e forse sorpreso) dai fulminei inizi dell’Ordine da lui fondato. Un chiaro segno che la sua idea aveva colto una esigenza profondamente sentita nella Chiesa e nella società del tempo. Durante il soggiorno a Roma Domenico si tenne a contatto con la curia pontificia anche per  creare appoggi ai suoi frati, senza dimenticare la direzione spirituale alle monache. Una volta si recò a Parigi, ove ebbe modo di vedere i frutti della predicazione. Le più importanti adesioni erano state quelle del beato Giordano di Sassonia e del b. Reginaldo d’Orleans. Quest’ultimo, apprezzato giurista, suscitò nuove vocazioni a Bologna. Rientrato a Roma, Domenico si occupò delle claustrali di S. Sisto, la cui comunità era stata  rafforzata dall’arrivo di 8 religiose da Prouille. Fu in quell’occasione che probabilmente lo conobbe la beata Cecilia, che così ne descrisse l’aspetto fisico: Il beato Domenico aveva questo aspetto: era di statura media, di corporatura delicata, la faccia bella e un po’ rossa, i capelli e la barba leggermente rossi, belli gli occhi. Dalla sua fronte e fra le ciglia irraggiava un certo splendore, che attirava tutti a venerarlo e amarlo. Sempre ilare e giocondo rimaneva, a meno che non fosse mosso a compassione da una qualsiasi afflizione del prossimo. Aveva le mani lunghe e belle. Aveva una grande voce bella e sonora. Non era affatto calvo, ma aveva la corona rasile del tutto integra, cosparsa di pochi capelli bianchi.

 

san domenico de guzman
San Domenico in un affresco del XIII secolo


Il suo temperamento emerge invece da una lettera alla priora di un monastero nel maggio 1220. In questa lettera, in cui Domenico si autodefinisce magister Predicatorum, rivelava il suo modo di vedere la vita religiosa in termini alquanto rigoristici. In tutto il medioevo la donna in genere era vista con sospetto, si può ben immaginare le apprensioni di Domenico per una intera comunità femminile. Ad essa pertanto chiedeva di mantenere il silenzio a refettorio, nel dormitorio e nell’oratorio, senza risparmiarsi in discipline e veglie. Prolungando la sua permanenza a Roma, senza tralasciare la direzione spirituale delle monache, Domenico cominciò a pensare al prossimo capitolo, cioè a quell’assemblea generale dei frati in rappresentanza dei vari conventi, da tenersi a Bologna. Avendo lasciato Roma con un certo anticipo, anche per incontrare il papa a Viterbo, raggiunse il convento di S. Niccolò delle Vigne a Bologna e la Pentecoste del 1220 apriva il capitolo circondato da numerosi frati. Nella sua umiltà, con lo stesso spirito col quale aveva disperso i frati nel mondo invece di rafforzare la vita comunitaria, così ora, pur avendo un carattere forte e solide convinzioni, decise di non condizionare la libera discussione e le conclusioni dell’assemblea. Lo spirito e la legislazione dovevano nascere dal libero dialogo di coloro che avevano scelto di seguire la sua idea.

Il suo spirito di povertà, ad esempio, era molto vivo, tanto che una volta a Bologna aveva strappato un contratto per il quale i frati erano entrati in possesso delle proprietà di tale Odorico di Galizia[29]. Eppure accettò di piegarsi alle decisioni capitolari che rinunciavano sì alle grandi proprietà, ma non in modo radicale. I conventi potevano possedere e utilizzare i frutti delle elemosine. La povertà assoluta riguardava solo il frate, non il convento. Ed anche il frate, con il permesso dei superiori, poteva avere presso di sé dei libri se il suo ufficio lo richiedeva. Fu deciso tra l’altro in quel capitolo che i capitoli generali si tenessero annualmente nel periodo di Pentecoste. Il definitore, eletto dal capitolo provinciale era il principale nesso nel tessuto dell’Ordine. La durata del noviziato non era fissa, ma relativa alla preparazione dell’individuo. La predicazione di Domenico in Lombardia fu coronata dal sorgere di varie comunità (Brescia, Piacenza, Parma, Faenza), mentre a Roma nasceva la comunità di S. Sabina. Nel giugno del 1221 il fondatore dell’Ordine era presente al secondo capitolo generale a Bologna (coi rappresentanti di una ventina di conventi). Essendo cresciuto enormemente fra il 1220 ed il 1221, in questo secondo capitolo generale l’Ordine venne diviso in Province: Lombardia, Spagna, Provenza, Francia e Romana. Più tardi si aggiungono: Ungheria, Germania e Inghilterra. Quindi Grecia, Terra Santa, Polonia e Dacia. Dopo di che, nonostante che la salute desse segni di allarme, Domenico continuò a predicare in Lombardia. Quando non resse più, si fece portare nel convento di S. Nicola a Bologna, ove morì il 6 agosto del 1221. Fu canonizzato da Gregorio IX il 3 luglio del 1234.

 

 

 

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